Ci penso io
Famiglia

Ci penso io

Ci sono passaggi della vita che avvengono in silenzio. Nessuno ci prepara al momento in cui il tempo cambia il posto delle persone e ci chiede, senza avvertirci, di diventare ciò su cui prima potevamo appoggiarci.


Quando arrivano i primi capelli bianchi

e le prime rughe intorno agli occhi,

ti potresti accorgere che il tempo ha cambiato posto alle persone.


È successo così, senza che te ne accorgessi.

Forse mentre diventavi adulto.

Mentre crescevi un figlio e imparavi a preoccuparti per qualcuno più di quanto ti preoccupassi per te stesso.

Oppure, mentre la vita ti rendeva adulto, autonomo, capace di cavartela da solo e, qualche volta, anche di esserci per qualcun altro.

Semplicemente, hai capito che certe cose, da un momento preciso, sarebbero toccate a te.


Impari a dire “Ci penso io”.

È la vita che scorre.


Un giorno, però,

ti accorgi che quella frase la stai dicendo

a chi, per una vita intera,

l'ha detta a te.


Loro ci sono ancora: li vedi, li senti, li abbracci.

Eppure, qualcosa in quell'abbraccio è cambiato

e viene chiesto a te di essere il punto di forza.


Nessuno te lo aveva raccontato, questo.

Che si può provare nostalgia

di qualcuno che è ancora seduto lì, davanti a te.

Che si può sentire la mancanza

di una protezione che tecnicamente non è mai finita.


C'è uno smarrimento preciso in questo:

non sai più a chi appoggiarti,

perché l'appoggio, quello vero, quello a prova di crollo,

adesso devi essere tu.


In mezzo a tutto questo, in silenzio,

ti chiedi se sia lecito sentirsi anche un po' abbandonato

da chi non ti ha abbandonato affatto.


Il bisogno di sentirti figlio non finisce mai.

Resta lì, anche quando smetti di poterlo essere del tutto.

Perché puoi diventare adulto.

Puoi diventare autonomo.

Puoi diventare genitore.

Ma c'è una parte di te

che continuerà ad aspettare quel

«Ci penso io».


Solo che, a un certo punto,

sei tu a doverlo dire.

A tuo padre.

A tua madre.

In quel momento il cuore si spezza.


© Sottolivello

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