Il fondo della borsa
Ci sono cose che accumuliamo senza accorgercene, una alla volta. Finché, un giorno, ci rendiamo conto che trovare spazio è diventato più difficile di quanto sembrasse.
La mia borsa è un ecosistema autonomo.
Non contiene oggetti.
Li ingloba.
Ogni volta che cerco qualcosa,
devo prima affrontare una spedizione archeologica.
Scontrini che testimoniano acquisti di cui non ho più memoria.
Caramelle fossilizzate.
Penne che hanno smesso di scrivere dopo la terza media.
Fazzoletti accartocciati.
Chiavi che si nascondono appena sentono pronunciare la frase: "Siamo in ritardo."
Ogni tanto svuoto tutto.
Butto ciò che non serve
e rimetto dentro solo l'essenziale,
provando una leggerezza quasi commovente.
La mia borsa sembra più grande.
Io mi sento più organizzata.
La vita è più sotto controllo.
Poi passano due giorni.
Tre, se sono particolarmente virtuosa.
Il sovraffollamento ricomincia.
Un oggetto alla volta.
Perché il problema non è ciò che entra.
È ciò che non esce.
Ma forse non succede solo nelle borse.
Anche noi accumuliamo.
Pensieri da affrontare più tardi.
Preoccupazioni che teniamo "per sicurezza".
Piccoli pesi che sembrano innocui
perché presi uno alla volta.
Finché arriva il giorno in cui cerchiamo qualcosa di importante.
Un po' di serenità. Un po' di spazio. Un po' di respiro.
E non lo troviamo.
Non perché l'abbiamo perso.
Perché l'abbiamo sepolto sotto tutto il resto.
© Sottolivello
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